Spesso nel linguaggio comune parliamo di “illuminazioni” quando abbiamo idee o intuizioni particolarmente brillanti che risolvono situazioni complicate. Quello su cui bisogna concentrarsi è però sul perché usiamo proprio questo termine, cioè “illuminazione”, che allude appunto alla luce. Quando i monaci tibetani raggiungono uno stato di meditazione profonda sono realmente circondati da un’aura di luce, che corrisponde all’aureola dei nostri santi per capirci. Ma uno allora potrebbe chiedersi: che c’entra questa luce? Innanzitutto dobbiamo ricordarci che il fotone è il costituente elementare della radiazione elettromagnetica che noi chiamiamo luce. Il monaco di cui parlavo prima letteralmente “risplende” agli occhi di un osservatore perché nello stato di meditazione profonda che ha raggiunto riesce a riconnettersi con quelli che vengono chiamati i registri o archivi akashici. Essi sono un campo vibrante di informazioni sul mondo energetico e su quello naturale, sulla nostra anima e sull’esistenza eterna e su ogni coscienza dell’anima in tutti i tempi. Riguardano l’eternità e contengono ogni minima informazione sull’universo, dalla saggezza delle civiltà antiche alle scoperte della fisica quantistica. Le informazioni a cui il monaco ha accesso in quelle condizioni “privilegiate” sono trasportate dai fotoni (e quindi viaggiano alla velocità della luce) per cui sono proprio i fotoni che lo “illuminano”…

David Sebastiani

Suggerimento di lettura: Come leggere i registri akashici – Linda Howe

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