In ogni epoca l’umanità incontra il proprio Mephistophele.
Non si presenta mai con i tratti del mito: non ha bisogno di corna, né di scenografie infernali.
Assume forme più sottili: le contraddizioni del mondo, le tensioni della vita collettiva, le crisi che costringono a rivedere ciò che sembrava ovvio.

Le tradizioni spirituali raccontano che il male, pur volendo fare il male, finisce sempre per lavorare – suo malgrado – al servizio del bene.
Un po’ come quei personaggi che fanno di tutto per complicare la trama, e poi scopri che senza di loro la storia non sarebbe andata da nessuna parte.

E in effetti funziona così. Le epoche buie costringono a inventare nuovi percorsi. Gli errori obbligano a pensare più in profondità.
Le fratture aprono spazio a una comprensione più ampia.
Non perché il dolore sia glorioso (non lo è affatto) ma perché l’essere umano ha una strana vocazione alchemica: trasformare tutto ciò che attraversa, anche ciò che non avrebbe mai voluto incontrare.

Quando lo osservi dall’alto, il male cambia forma per diventare una lente di discernimento, un confine più netto, un impulso a guardare oltre.
Noi ci ritroviamo fra le sue fornaci come apprendisti riluttanti che, senza volerlo, aprono strade che prima non esistevano.

Per questo le epoche di crisi non andrebbero né celebrate né demonizzate.
Andrebbero comprese.
E soprattutto superate con uno sguardo più ampio di quello che le ha generate.

Mephistophele recita la parte del protagonista oscuro, facendoci credere di non avere più scelta. Un bell’inganno, non c’è che dire. Peccato che, alla fine, scoprirà di aver fatto solo da controfigura alla nostra crescita.

Nadia Pedroni Tonti

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