Ovvero: perché avere tutto senza meritarlo produce l’anima più povera.

C’è un’immagine antica, di origine contadina, che dice più di mille prediche: il maiale nel porcile. Non deve cacciare, non deve costruire un riparo, non deve difendersi dal freddo o procurarsi da mangiare. Tutto gli viene dato. Da lì il detto: “pensi solo a te come il porco” o “farsi i propri porci comodi”. Eppure il porco non è libero: è semplicemente inconsapevole. Non sa da dove viene il cibo, non sa quanto costi la porcilaia che lo protegge, non sa che qualcuno, ogni giorno, lavora perché lui possa continuare a non sapere nulla. Questa non è una metafora crudele contro gli animali, è una metafora sull’uomo che, avendo tutto, smette di chiedersi da dove venga quel tutto.

La coscienza è intesa come un oggetto da tenere pulito, senza consapevolezza. Osserviamo taluni cresciuti nell’abbondanza, non necessariamente materiale, spesso anche solo di attenzioni, di sacrifici altrui, di porte aperte da chi le ha pagate con fatica; molti di loro sviluppano un meccanismo sottile: fanno il minimo indispensabile, solo quello che gli serve al momento. Un grazie distratto, un abbraccio veloce, un “sì sì” detto senza guardare negli occhi. Non per cattiveria vera e propria, ma per qualcosa di più subdolo: la gestione igienica della coscienza. È come lavarsi le mani prima di sedersi a tavola: un gesto automatico che serve a togliersi lo sporco di dosso, non a interrogarsi sul cibo che si sta per mangiare, su chi lo ha coltivato, cucinato, pagato. Il minimo gesto di gratitudine, in questi casi, non nasce dal cuore: nasce dal bisogno di non sentirsi in colpa. È una coscienza che si pulisce, non è una coscienza che si allarga.

Jung avrebbe forse parlato di un’ombra mai guardata: la parte di sé che riceve senza vedere chi dona, che consuma senza vedere chi produce. Finché quell’ombra resta inconscia, il ragazzo, o l’adulto che diventerà, continuerà a scambiare la propria fortuna per un diritto naturale, come il “porco” scambia il cibo nella mangiatoia per una legge del mondo, non per il frutto del lavoro di un altro essere vivente.

Su questo tema, duemila anni fa, Seneca aveva già scritto pagine che sembrano rivolte proprio a noi. Nel De Beneficiis, il suo trattato sui benefici ricevuti e dati, distingue con precisione chirurgica due modi di rapportarsi a un dono: c’è chi lo riceve e lo dimentica nell’istante stesso in cui lo ottiene, come se gli fosse dovuto per natura; e c’è chi lo custodisce nella memoria, lasciando che quel ricordo continui a nutrire la propria gratitudine nel tempo. Per Seneca l’ingratitudine non è quasi mai malvagità pura: è più spesso un difetto di sguardo, un’incapacità di vedere ciò che si è ricevuto per quello che è. È esattamente la differenza di cui parliamo qui: tra chi tratta la coscienza come una formalità da sbrigare in fretta, e chi la lascia diventare organo di visione, capace di riconoscere ogni giorno il peso e il valore di ciò che gli è stato dato.

Non è un peccato avere tutto. Il peccato, se vogliamo usare questa parola, è non sapere di avere tutto. È l’anestesia della gratitudine: un’anima che non trema più davanti al dono ricevuto, che non si commuove, che non si interroga. Chi cresce così rischia di sviluppare un io ipertrofico e un cuore atrofizzato: pensa costantemente a “cosa mi manca ancora”, mai a “cosa mi è stato dato”. È l’egoismo silenzioso di chi non odia nessuno, semplicemente non vede nessuno, se non se stesso, riflesso ovunque guardi, come Narciso chino sull’acqua.

La vera domanda, per chi educa e per chi vuole educarsi, non è “come faccio rispettare le regole” ma “come faccio nascere lo sguardo”. Perché un ragazzo che vede, che vede la fatica dietro un pasto, il tempo dietro un’attenzione, la rinuncia dietro un regalo, non ha più bisogno di essere costretto alla gratitudine: gli nasce da sé, come un frutto maturo.

La coscienza morale non dovrebbe essere un rituale di pulizia da compiere in fretta per tornare a dormire tranquilli, dovrebbe altresì essere una finestra che si apre sempre di più, non una porta che si richiude al primo “grazie” detto per dovere. Forse la domanda più scomoda da porre a un figlio, o a se stessi, se il figlio siamo stati noi, non è “hai detto grazie?”, ma: hai davvero visto chi ti ha dato questo, oppure hai solo evitato il fastidio di sentirti in colpa?

Solo chi si pone questa domanda smette di essere come il porco nel porcile, e comincia, lentamente, con fatica, a diventare umano.

Claudio Zoppi

Suggerimento di lettura: Seneca, De Beneficiis

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